a cura di Evelyn Novello – referente OIPA International
È conosciuto come “festival”, ma di divertente c’è ben poco. Il Festival di Yulin ha origini commerciali e si tiene una volta l’anno in occasione del solstizio d’estate. Inventato nel 2010 per risollevare le vendite di carne di cane e gatto, questo evento riflette un commercio che prosegue tutto l’anno, nonostante siano ormai pochi i cinesi che continuano a consumare questo piatto. Nel maggio 2025, Vshine, gruppo partner di Humane World for Animals, ha condotto delle interviste tra gli abitanti di Yulin e ha rivelato che l‘87,5% di loro non mangia mai o raramente carne di cane o di gatto e l’88% afferma che un divieto di commercio e macellazione di questi animali non avrebbe alcun impatto sulla loro vita.
Eppure, il business legato a questi animali non si limita alla carne. Il mercato della pelliccia è stato per anni in Cina un motore di rilancio economico. L’allevamento delle volpi, visoni, procioni e dei gatti selvatici è diventato negli anni un modo, supportato anche dal governo, per eliminare la povertà dalle zone più periferiche del Paese. I centri del nuovo commercio della pelliccia in Cina sono città in cui, a partire dagli anni Novanta, sono stati costruiti grandi centri commerciali dedicati esclusivamente alle pellicce, come Chongfu, conosciuta per la presenza di un mercato all’ingrosso della pelliccia, e Harbin, per l’Harbin International Fur City, un centro di 11.000 m².
Come riporta Actasia.org, la Cina è il maggiore produttore ed esportatore mondiale di pellicce e fornisce oltre la metà dei capi di abbigliamento in pelliccia venduti negli Stati Uniti. I cinesi tuttora sono tra i più grandi acquirenti di pellicce al mondo e un’ulteriore spinta a questo mercato potrebbe derivare dai crescenti divieti di allevamento per animali da pelliccia introdotti da tanti Paesi europei. Soprattutto nel 2020, dopo la chiusura di moltissimi allevamenti di visoni danesi, la Cina ha visto il mercato interno crescere enormemente. A facilitare la sua crescita, i divieti europei di produzione, ma non di importazione.
Per quanto riguarda nello specifico le pellicce di cane e gatto, UE e USA ne hanno vietato l’importazione e la vendita dal 2000, ma non è sempre facile capire di quale animale sono le pellicce che troviamo in negozio. La Cina, infatti, ha una certa discrezionalità sull’etichettatura, che le permette di non specificare l’origine dell’animale.
Un’ulteriore aggravante riguarda l’allevamento e il trattamento degli animali. Come avviene per la produzione della carne, indagini hanno dimostrato che alcuni centri di produzione utilizzavano anche cani e gatti raccolti dalla strada o rubati alle famiglie che, una volta scuoiati vivi, erano lasciati morire lentamente dopo una lunga e straziante agonia.
In alcuni reportage possiamo vedere cani e gatti presi a bastonate e a cui viene recisa la gola. Molti riprendono coscienza soltanto per morire dissanguati. Gli investigatori sotto copertura di Swiss Animal Protection/EAST International hanno documentato scene raccapriccianti: animali sono ancora vivi che si dibattono disperatamente quando gli operatori li girano sulla schiena o li appendono per le zampe o la coda per scuoiarli.
I prodotti finali di questa mattanza sono borse, giocattoli e abbigliamento e consideriamo che per un solo cappotto servono circa 10 cani – di più per i cuccioli naturalmente – e si sale a 24 nel caso dei gatti.
In un mercato di Guangzhou, nella provincia di Canton, sono stati trovati anche tappeti realizzati con pellicce di cane e gatto. In un negozio di Pechino, gli investigatori hanno trovato addirittura vestiti e giocattoli per bambini a forma di cane e gatto, realizzati proprio con il loro pelo.
Quando ricordiamo le atrocità di Yulin, occorre inserirle in un discorso più ampio, una cornice fatta di indifferenza e mancanza di rispetto per quegli animali che dovrebbero essere parte della famiglia. Cani e gatti in Cina subiscono spesso le peggiori angherie. Per questo occorre far sentire la nostra voce e ricordare al governo cinese che è doveroso prendere immediati provvedimenti. Anche se ciò comporterà la riduzione di alcuni settori economici.




