[cs_video column_size=”1/1″ video_url=”https://youtu.be/t0FXBG400_o” video_width=”500″ video_height=”250″][/cs_video]

Trovare un cane per strada: vagante, solo, o con altri suoi simili, senza un collare. Di fronte ad una visione di questo tipo la maggior parte delle persone con una minima sensibilità verso gli animali pensa ad un’unica cosa: intervenire nella speranza di poter salvare quella povera creatura, che si trova lì, sola, in balia del destino e dei pericoli. Una sensazione empatica e nobile, che tutti conosciamo, motivata dalla volontà di voler salvare una vita in pericolo, di voler fare il bene del cane. Non sempre, però, “togliere il cane dalla strada”, chiudendolo in un box di canile, vuol dire salvarlo; non sempre infatti, adottare è sinonimo di salvare.

In questo senso, il randagismo è un fenomeno complesso, fatto da tante sfaccettature: tra la miriade di cani abbandonati e le cucciolate “inaspettate”, tra i cani di proprietà lasciati liberi di vagare per le strade e tra i cani di proprietà, ci sono anche loro, i cani selvatici, ferali. Cani randagi da generazioni, cresciuti senza avere contatti ravvicinati con gli esseri umani, cani che hanno formato dei branchi stabili e che riescono a sopravvivere in territori non fortemente urbanizzati, tenendosi a debita distanza dalla nostra specie e che, proprio per questa ragione, non è possibile avvicinare né tanto meno toccare. Prendere uno di questi cani selvatici, cani liberi, e rinchiuderlo dietro ad una porta di un box vuol dire condannarlo ad una vita di sofferenza, perché è altamente probabile che da quelle quattro mura non uscirà mai perché non socializzato con le persone quindi non adottabile. Ancora peggio è, animati da buone intenzioni, rinchiuderlo in un trasportino e inviarlo ad una famiglia che decide di adottarlo, volendo un amico a quattro zampe con cui vivere piacevolmente: magari però questa famiglia vive in un centro urbano, trafficato, rumoroso e pieno di stimoli che non faranno altro che terrorizzare un cane che, lì in mezzo, non ci dovrebbe, né vorrebbe, proprio stare.

La situazione dei branchi di cani selvatici è un’altra realtà importante nella quale l’OIPA interviene per garantire una corretta ed adeguata gestione del randagismo: se quindi è vero che la soluzione non è sempre l’accalappiamento volto alla ricerca dell’adozione, quello stesso stimolo che ci porta a voler salvare un cane dalla strada ci deve portare ad agire nel modo esatto. Proprio come fatto dai volontari e dalle guardie eco-zoofile dell’OIPA di Napoli che, in collaborazione e sinergia con gli organi preposti, hanno effettuato un intervento di cattura, mediante teleanestesia, sterilizzazione e reinserimento in libertà di cani selvatici nel territorio della provincia napoletana. L’intervento, durante il quale veterinari specializzati nella difficile tecnica della narcosi a distanza, che si basa sull’utilizzo di speciali fucili con munizioni di sedativi, sono riusciti a catturare sei femmine in età riproduttiva, ha permesso di sterilizzare gli esemplari catturati per poi rimetterli, dopo il ricovero post operatorio, sul territorio, in quella che è, a tutti gli effetti, la loro casa.

Interventi come questo, in ottemperanza a quanto stabilito dal piano regionale per le sterilizzazioni finalizzato al controllo del randagismo sul territorio, sono frutto di un attento monitoraggio delle zone interessate da parte degli enti preposti, fondamentale per censire e tenere sotto controllo il numero, spesso troppo alto, di randagi che vanno poi a costituire questi branchi. Ecco perché questo intervento è stato incentrato nelle aree maggiormente a rischio di riproduzione incontrollata al fine di evitare che casi come questo diventino problematici non solo per una pacifica convivenza tra cani ed umani, ma anche per scongiurare problematiche interne al branco stesso, ad esempio evitando che l’eccessivo numero di cani portino ad una difficoltà per il branco di reperire delle risorse.

Agendo in questo modo è possibile mantenere i branchi stabili sul territorio, a differenza dell’accalappiamento che, disgregando questi gruppi, aggrava la situazione. I branchi divisi e scomposti, infatti, possono formare gruppi più piccoli che vagano ed occupano più territorio, e può anche succedere che, non essendo più composti da individui che sanno ben adattarsi all’ambiente, possono faticare a sopravvivere, divenendo anche un eventuale problema per gli esseri umani. Dall’altro lato, la rottura di un branco porta solitamente all’arrivo di nuovi cani e quindi, un nuovo branco: la cattura e la disgregazione del primo, quindi, non fa mantenere la situazione invariata.