di Massimo Comparotto, presidente OIPA Italia

“Laudato sie, mì Signore, cum tucte le Tue creature…”

Per Francesco d’Assisi (1182-1226) il Cantico è un inno alla vita e all’amore per tutto ciò che ci circonda. Certo il suo insegnamento appare troppo distante dalla vita che ognuno di noi conduce quotidianamente. “Troppa umiltà d’animo, troppe rinunce, del resto lui è un Santo!” Questo è quello che ci passa nella testa ogni volta che ci si avvicina all’analisi della sua vita, ma per capirlo meglio bisognerebbe soffermarsi principalmente sull’uomo per comprendere anche le sue debolezze e soprattutto per capire quello che veramente ci voleva tramandare.

Prima di tutto la sua umiltà, il suo modo di vivere, l’essere povero, l’ultimo degli ultimi, facendoci intendere che anche da questa condizione sociale è possibile far venire alla luce una grande forza d’animo. Ma quello che più di ogni altra cosa voleva insegnarci con il suo esempio era l’amore, nel senso più grandioso e nobile che questa parola possa significare.

La sua vita e il suo esempio furono soprattutto un atto d’amore. Quell’amore rivolto non soltanto verso l’uomo, ma anche nei confronti della natura e degli altri animali. “Chiamava con nome di fratello tutti gli animali.” (Celano, Vita seconda).

Gli episodi che riguardano il rispetto e l’amore verso gli animali sono numerosi. Tommaso da Celano contemporaneo di Francesco nella Vita prima e nella Vita seconda ce li racconta avendoli vissuti in prima persona: “Gli uccelli manifestavano il loro gaudio… Egli andava e veniva liberamente in mezzo a loro, sfiorando con la sua tonaca le testine e i corpi”; così Francesco: “Fratelli miei uccelli, dovete lodare e amare il vostro creatore” Questo amore per gli animali non si limitava alla sola contemplazione e preghiera, ma andava ben oltre divenendo soprattutto rispetto per la vita. Una volta gli fu portato un leprotto preso al laccio e Francesco, commosso, disse: “Fratello leprotto, perché ti sei fatto acchiappare? Vieni da me.” Subito il leprotto lasciato libero si rifugiò spontaneamente nel grembo di Francesco, come un luogo assolutamente sicuro. Rimasto un po’ in quella posizione, volle in seguito lasciarlo andare, libero nel bosco, ma una volta a terra, il leprotto, più volte rimbalzò nuovamente in braccio a Francesco.

Celano ci spiega che lo stesso accadde anche con un coniglio e un fagiano, come se tutti gli animali si sentissero al sicuro accanto a lui. Questi episodi, così come la predica degli uccelli, vengono visti come miracoli, ma ai miei occhi appaiono più che altro come dei gesti empatici di reciproco amore e fiducia, come se gli animali si fossero resi conto che Francesco non rappresentasse un pericolo, a differenza di tanti altri uomini che incrudeliscono su di loro. Scrive ancora Celano: “Altrettanto affetto egli portava per i pesci che appena gli era possibile rimetteva nell’acqua ancor vivi […] Un giorno nel lago di Piediluco, un pescatore gli offrì una tinca che aveva appena pescato; egli accolse lietamente e premurosamente quel pesce, chiamandolo fratello, poi lo ripose nell’acqua liberandolo”.

Perfino per i vermi sentiva grandissimo affetto, perciò si preoccupava di toglierli dalla strada e di metterli in un posto sicuro, perché non fossero schiacciati dai passanti.

Un Santo vegetariano dunque? Dovremmo dire di sì, dal momento che, quando non digiunava, egli si cibava essenzialmente di pane, legumi, uva e altra frutta secca e raramente anche di formaggio. Tuttavia sono riportati alcuni casi tramandati dai biografi in cui avrebbe mangiato anche della carne, somministrata dai suoi fratelli perché gravemente malato e in un altro caso essendo ospite in casa di nobili, l’avrebbe appena assaggiata per poi, con altre scuse, rifiutarla. Di sicuro Francesco non vedeva gli animali come cibo, ma come creature da amare e rispettare come fratelli.

“Un giorno si imbatté in un uomo che portava al mercato due agnelli da vendere, legati, belanti e penzolanti dalle spalle. All’udire dei belati si accostò, accarezzandoli, come suole fare una madre con i figlioletti che piangono e chiese al padrone perché tormentasse i suoi fratelli agnelli. L’uomo rispose che li portava al macello per venderli e ricavarne dei soldi. Nell’udire questo, Francesco barattò il suo mantello con gli agnelli e li tenne liberi sotto la sua protezione”.

Francesco aveva per il Natale più devozione che per qualunque altra festività dell’anno. A questo proposito è degno di nota ricordare quello che egli realizzò a Greccio, il giorno di Natale, tre anni prima di morire: “Vorrei rappresentare il bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato”. Francesco non fu solo l’inventore del presepio così come lo conosciamo oggi, ma stando alla testimonianza dei frati Leone, Ruffino e Angelo: “Noi che siamo vissuti con Francesco e che abbiamo scritto questi ricordi, attestiamo di averlo sentito dire a più riprese che, se avesse avuto occasione di parlare con l’imperatore, lo avrebbe supplicato che per amore di Dio e per sua istanza venga emanato un editto, al fine che nessuno catturi le sorelle allodole o faccia loro del danno. E inoltre, che tutti i podestà delle città siano tenuti ogni anno, il giorno di Natale, a incitare la gente che getti frumento e altre granaglie sulle strade, in modo che in un giorno tanto solenne gli uccelli abbiano di che mangiare”.

Forse però l’insegnamento più grande che Francesco ci ha lasciato, non solo per quanto concerne gli animali, riguarda la parabola del lupo di Gubbio, tramandata attraverso i Fioretti. Al tempo che Francesco dimorava nella città di Gubbio comparve un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solo divorava gli animali, ma anche gli uomini. Così Francesco gli andò incontro con l’intento di parlargli: “Io voglio frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non li offenda più, e loro ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più… e ti prometto ch’io ti farò dare le spese continuamente, sicché tu non patirai più la fame”.

“Distendendo la mano, Francesco per ricevere la sua fede, il lupo levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sopra la mano di Francesco”.

E Francesco rivolto ai cittadini: “… e troppo e più pericolosa la fiamma dell’inferno, la quale ci ha a durare eternamente alli dannati, che non è la rabbia dello lupo, il quale non può uccidere se non il corpo… fate penitenza dei vostri peccati, e Iddio vi libererà del lupo nel presente e nel futuro infernale”.

Liberiamoci dunque della paura del lupo che è solo una fobia ancestrale che risiede dentro di noi e che di fatto è soltanto la paura che abbiamo della nostra cattiva coscienza, magari iniziando con il liberare tutti gli altri animali, nostri compagni di vita su questa terra.